NT/ Ottobre 15, 2023/ Vangelo-Domenica con i Padri, Liturgia della Parola domenicale, Orientamenti per la preghiera, Commenti Bibbia, Vangelo, Padri Chiesa, Preghiere, Meditazioni, Riflessioni, Studi, Sacra Scrittura, Padri, Domenica

Tutta la liturgia odierna è indirettamente un invito al banchetto eucaristico al quale il Signore c’invita tutte le volte che parteciperemo alla santa messa, affinché Gesù colmi il nostro cuore e ripieni di Cristo possiamo donarlo al mondo assetato di Dio. La veste nuziale, secondo i padri, rappresenta non tanto l’assenza di peccato dal momento che tutti siamo peccatori, ma la carità e l’amore di Cristo fine che dovrebbe muovere tutte le azioni quotidiane, anche se risultassero «sbagliate» ma con l’intenzione di concorrere  per il Regno.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura

Alla fine dei tempi sofferenza e morte cederanno il posto alla pienezza della vita e della gioia. Tutti i popoli, tra cui Israele, sono invitati  a prendere parte al grande banchetto del Signore sulla montagna di Sion, simbolo della Gerusalemme celeste. È evidente la grande sollecitudine di Dio per tutte le genti, attratte al culto di Dio da Israele, divenuto «luce delle genti». La salvezza è quindi offerta a tutti e il «resto» d’Israele, dal quale è nato il Salvatore, eserciterà una funzione eminentemente missionaria perché Il Signore stesso  «preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime su ogni volto».

Dal libro del profeta Isaìa (Is 25,6-10a)

Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande,
un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.
Egli strapperà su questo monte
il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre distesa su tutte le nazioni.
Eliminerà la morte per sempre.
Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,
l’ignominia del suo popolo
farà scomparire da tutta la terra,
poiché il Signore ha parlato.
E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio;
in lui abbiamo sperato perché ci salvasse.
Questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza,
poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale Sal 22 (23)

R. Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia. R.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza. R.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca. R.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. R.

Seconda Lettura

I filippesi invitano a paolo, in prigione, un soccorso materiale. L’apostolo li ringrazia non tanto per il dono in sé, quanto per la loro partecipazione alle sofferenze del suo ministero. Chi è la forza di Paolo? Gesù! infatti afferma :«Tutto posso in colui che mi dà forza». Chi ricompenserà i filippesi? Dio, nostro Padre, con l’infinita sua potenza ed amore, di cui Gesù ha rivelato le profondità.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,12-14.19-20)

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.
Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.
Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo
illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.

(Cf. Ef 1,17-18)

Alleluia.

VANGELO

La parabola si divide in due parti ben distinte. La prima mette in evidenza i continui richiami di Dio al suo popolo che rischia, per la sua indifferenza, di essere escluso dal Regno dei Cieli. Dio, nell’Antico Testamento richiama per mezzo dei profeti; nel Nuovo nel nuovo tramite Gesù ed i suoi discepoli. Dio invita tutti alle nozze del suo Figlio con la chiesa, la cui missione è quella di essere universale accogliendo tutti per arricchire secondo Dio e salvare. La seconda invece pone l’accento sulle condizioni richieste per partecipare alla festa della vita eterna: rivestirsi di Cristo per essere capaci di produrre i frutti dello Spirito. La veste nuziale è la giustizia secondo Dio, costantemente richiesta ai fedeli che sono i «chiamati» a far parte della Chiesa suo Corpo, per poi poter divenire «eletti» e cooperatori della grazia e nella grazia «giusti» del Regno.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Parola del Signore.

ORIENTAMENTI PAR LA PREGHIERA

Io non sono un Santo […] Il peccato originale ha segnato tutta la mia persona, ne devo tener conto fino alla morte. Una sola passione può liberarmi, quella di Gesù: perché non è passione umana ma carità divina che agisce e trasforma. Allora, che cosa aspetti, o uomo? Cristo, a trentatré anni aveva obbedito fino alla morte e alla morte di croce, egli aveva glorificato il Padre. Per te è ormai tempo. Lanciati nella sua gloria.

(J. Ploussard, Carnet de route -Diario spirituale attraverso il deserto-)

Invito al banchetto
Voglio esaminare brevemente, se mi riesce, fratelli carissimi, il testo evangelico, per aver poi più tempo di trattenermi in colloquio con voi. Dobbiamo chiederci anzitutto se questa pagina evangelica
coincide con quella trasmessa da Luca e denominata «della cena». Vi sono, in verità, punti di discordanza: qui si parla di pranzo, là di cena; in questa redazione si narra di un tale che entra nella sala del banchetto senza l’abito di rito e ne è allontanato, mentre nell’altra non c’è alcun cenno a convitati costretti ad uscire. Da questo è esatto dedurre che nel nostro brano le nozze indicano la Chiesa del tempo presente mentre nell’altro la cena è simbolo dell’eterno ed ultimo convito, perché nella Chiesa entrano alcuni che poi ne usciranno mentre chi è accolto nell’eterno convito non lo lascerà più. Se però qualcuno è dell’idea che si tratti di un identico testo, ritengo sia meglio -salva l’integrità della fede – cedere all’ opinione di altri anziché farsi irretire in controversie; e forse Luca pensò di omettere il particolare, riferito da Matteo, del convitato escluso perché sprovvisto della veste nuziale. Non fa ostacolo a questa interpretazione il fatto che uno parli di cena e l’altro di pranzo, perché gli antichi si mettevano a pranzo ogni giorno all’ora nona, e quindi quel convito potrebbe anche essere chiamato cena.
Possiamo dunque dire apertamente e con sicurezza che il Padre dispose le nozze per il Figlio re quando unì a lui la santa Chiesa nel mistero dell’incarnazione. Il grembo della Vergine Madre fu il talamo di questo Sposo, per cui il salmista scrive: Nel sole ha posto la sua tenda ed egli è come uno sposo che esce dal talamo. Dio, nell’incarnazione, uscì come uno sposo dal talamo, perché venne dal grembo incorrotto della Vergine per unire a sé la Chiesa. Mandò dunque i servi per invitare gli amici a queste nozze. Li mandò una prima e una seconda volta, perché inviò prima i profeti e poi gli apostoli a proclamare l’incarnazione del Signore. Mandò dunque due volte i servi per porgere l’invito, dato che preannunciò per bocca dei profeti l’incarnazione dell’Unigenito e la indicò come compiuta attraverso la testimonianza degli apostoli.
Siccome però i primi invitati rifiutarono di venire al banchetto di nozze, nel secondo invito si dice: Ecco, ho preparato il pranzo; i tori e gli animali pingui sono stati uccisi e tutto è pronto.
Chi indicano i tori e gli animali pingui, fratelli carissimi, se non i padri del Nuovo e dell’Antico Testamento?
(S.Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 38, 1, 3-4)Venite alle nozze- Tutto è pronto
Tutti i fedeli conoscono le nozze del figlio del re e il banchetto apprestato da lui; la tavola del Signore è preparata per tutti coloro che vogliano prendervi parte. È però importante sapere chi vi si accosta, dato che non gli viene proibito d’accostarvisi. Le Sacre Scritture infatti c’insegnano ch’esistono due banchetti del Signore: l’uno è quello al quale partecipano i buoni e i cattivi; l’altro è quello dal quale sono esclusi i cattivi. Tutti coloro che si scusarono dal partecipare a quel banchetto sono i cattivi; ma non tutti quelli che vi presero parte sono i buoni. Mi rivolgo dunque a voi che siete buoni e state a tavola in questo banchetto, a tutti voi che riflettete a ciò ch’è detto: Chi mangia il corpo del Signore e beve il suo sangue in modo indegno, mangia e beve la propria condanna. Ammonisco tutti voi che siete buoni a non cercare i buoni fuori di questo banchetto e a tollerare i cattivi che sono dentro.
(S.Agostino, Discorsi 90, 1)

Il re si indignò
Si legge poi: Essi però, non tennero conto dell’invito e se ne andarono chi in campagna, chi ai propri affari. Andare in campagna significa, qui, darsi senza moderazione ad attività terrene, mentre l’impegno negli affari è simbolo della smodata bramosia di guadagni nelle faccende mondane. Siccome infatti alcuni, tutti dediti ad attività terrene o impegnati negli affari di questo mondo non si preoccupano di meditare il mistero dell’incarnazione del Signore e di conformarvi la vita, rifiutano – come nel racconto della parabola – di venire alle nozze del re, preferendo andare in campagna o darsi agli affari. E spesso, cosa anche più grave, alcuni respingono non solo il favore di chi invita ma vi si oppongono con forza. Per questo si aggiunge: altri addirittura presero i servi, li coprirono di ingiurie e li uccisero. Quando il re ne fu informato, si adirò e, inviate le truppe, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme la loro città.
Sterminò gli omicidi, cioè mise a morte i persecutori. Diede alle fiamme la loro città, perché non solo le anime ma anche l corpi che ne furono dimora subirono la tortura del fuoco della Geenna.
Tuttavia, questo padre che rivolge inviti ed è disprezzato, non finirà con il trovare vuota la sala del convito per le nozze del figlio. Si rivolge ad altri, e questo significa che la parola di Dio – che alcuni sono restii ad accogliere -, trova sempre spiriti in cui prendere dimora.
Per questo si aggiunge: Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne furono degni. Andate perciò, agli sbocchi delle vie e invitate alle nozze chiunque troverete. Se nella sacra Scrittura le vie sono simbolo dell’attività, gli sbocchi delle vie ne indicano il venir meno, e ciò fa riflettere che spesso arrivano facilmente a Dio quanti non hanno alcun successo nella loro attività in questo mondo. Si legge poi: Usciti sulle strade i servi raccolsero tutti quelli che incontrarono, buoni e cattivi e la sala del convito fu piena di commensali.
Dal comportamento dei commensali risulta chiaramente che queste nozze del re indicano la Chiesa presente nella quale vengono a trovarsi sia i giusti sia i reprobi. Essa ha in sé figli diversi tra loro, perché tutti sono generati alla fede ma non tutti giungono alla libertà della grazia dello Spirito attraverso la trasformazione della vita, dato che restano nei loro peccati. Finché siamo in questa vita è necessario che percorriamo insieme le strade del mondo in cui ci si trova: la separazione avverrà una volta giunti al traguardo. I giusti infatti non si trovano mai soli, se non in cielo; e così è dei reprobi: anch’ essi mai sono soli, se non all’inferno.
Questa vita – che si trova fra cielo e inferno – sta come in mezzo, ed accoglie – uniti fra loro – i cittadini di entrambi i regni.
La Chiesa ora li accoglie tutti senza far distinzioni, perché la cernita avverrà poi, quando essi se ne andranno.
(S.Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 38, 5-7)

Non meritare la grazia dell’invito
«Ma – dirà qualcuno – qui si tratta d’un solo individuo! Che c’è di strano, di straordinario se tra la folla un solo invitato privo dell’abito di nozze s’introdusse di soppiatto sfuggendo alla sorveglianza dei servi del capo di famiglia? Per causa di quello che si sarebbe forse potuto dire: Invitarono buoni e cattivi?». Fate dunque attenzione e cercate di capire, fratelli miei.
Quell’unico individuo simboleggiava tutta una specie d’individui poiché erano molti.
(S.Agostino, Discorsi 90, 4)

La grazia concessa agli esclusiQueste nozze rappresentano il matrimonio della Chiesa con il mondo […] I primi e i secondi sono chiamati servi. I primi sono coloro che corsero avanti nella luce della venuta del Signore, compagni e successori degli apostoli. Ma una mancanza di attenzione impedì a questi invitati di essere presenti. Infatti coloro che vivono le loro vite secondo la carne (Rm 8, 4) non seguono la chiamata divina, che è secondo Cristo. Nel caso del resto, con la chiamata delle nazioni non vi è più la separazione del popolo o un onore speciale concesso a Israele. Ma la grazia è data agli esclusi e ai reietti, al saggio e allo stolto (Rm 1; 4), come dice Paolo, al malvagio e al buono, come insegna la parabola.
(S.Apollinare di Laodicea, Frammento 111)
La mancanza dell’abito nuzialeSiccome, però, in forza della grazia divina, siete già entrati nella casa delle nozze – cioè nella santa Chiesa -, impegnatevi con ogni solerzia perché il re, entrando, non trovi qualcosa da disapprovare negli atteggiamenti del vostro spirito.
Con grande timore dell’anima dobbiamo riflettere a ciò che viene subito aggiunto: Entrò poi il re per incontrare gli invitati: e si accorse di uno che non portava l’abito nuziale. Cosa pensiamo, fratelli carissimi, che simboleggi la veste nuziale? Se diciamo che essa indica il battesimo o la fede; chi poté entrare nella sala del convito sprovvisto di essi? Chi infatti non ha la fede è per ciò stesso fuori. Cosa dobbiamo vedere allora nella veste nuziale se non un simbolo della carità? Partecipa infatti alle
nozze ma senza l’abito nuziale chi stando nella Chiesa ha la fede ma è privo della carità. È esatto definire la carità una veste nuziale, perché il nostro Creatore se ne rivestì quando venne alle nozze in cui si unì alla Chiesa. Solo l’amore di Dio fece sì che il suo Unigenito unisse a sé gli spiriti degli eletti, come si legge in Giovanni: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi l’unigenito Figlio suo.
(S.Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 38, 9)
Privo di abito nuziale
Ecco: Il capo famiglia entrò nella sala per vedere quelli ch’erano a tavola. Dovete capire, fratelli miei, che compito dei servi era solo quello d’invitare e condurre i buoni e i cattivi; riflettete che il Vangelo non dice: «l servi osservarono i convitati e tra essi trovarono un tale che non aveva l’abito da nozze e glielo dissero». La Scrittura non dice così. Fu il capo famiglia che andò a vedere, che lo trovò, lo separò, lo cacciò fuori. Questo particolare non era da passare sotto silenzio. Ma noi abbiamo preso a dimostrare un altro punto della discussione: in che senso quell’unica persona ne rappresentasse molte altre. Entrò dunque il capo famiglia a vedere i commensali e trovò un tale senza l’abito da nozze e gli disse: Amico, come mai sei entrato qua senza, avere l’abito da nozze? Quello non rispose nulla. Chi lo interrogava infatti era tale che l’altro non poteva addurre alcun pretesto.
(S.Agostino, Discorsi 90, 4)

Legare mani e piedi
Il legare loro mani e piedi pone un freno a tutta la loro attività […] Le tenebre esterne simboleggiano quelle cose che sono lontane dalla virtù e dalla gloria divina.
(S.Apollinare di Laodicea, Frammento 111)

Gettatelo fuori
L’abito (richiesto) era quello che si vedeva nel cuore non già nel corpo; se infatti fosse stato indossato sopra il corpo, non sarebbe potuto rimanere nascosto neppure ai servi. Sentite dove si debba indossare l’abito di nozze, quando è detto: I tuoi sacerdoti si vestano di giustizia. A proposito di quest’abito l’Apostolo dice: a condizione però d’essere vestiti: non già nudi. Fu dunque scoperto dal Signore colui che era rimasto nascosto ai servi. Interrogato non rispose nulla. Viene legato, scacciato, condannato uno solo dei molti.
(S.Agostino, Discorsi 90, 4)
Molti sono chiamati: ma pochi eletti
Coloro che indossano l’abito di carità. Qual è dunque l’abito di nozze? Il fine del precetto – dice l’Apostolo – è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Questo è l’abito di nozze. Non si tratta però d’una carità qualsiasi, poiché spesso sembra che si amino tra loro anche individui che hanno in comune una cattiva coscienza. Coloro che compiono insieme rapine e delitti, che sono tifosi degl’istrioni, che insieme incitano con urla i guidatori dei cocchi in lizza e i cacciatori del circo, per lo più si amano tra loro, ma non hanno la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. È siffatta carità l’abito di nozze. Se io sapessi parlare le lingue degli uomini e degli angeli: ma non possedessi la carità, sarei – dice l’ Apostolo – come una campana che suona o un tamburo che rimbomba. Sono arrivati al banchetto individui parlanti solo le lingue ma loro vien detto: «Perché siete entrati senza aver l’abito di nozze?». Se avessi- dice ancora – il dono della profezia e quello di svelare tutti i segreti, se avessi il dono di tutta la scienza, e avessi tanta fede da smuovere i monti ma non avessi la carità, non varrei nulla. Ecco qui i miracoli delle persone che per lo più non hanno l’abito di nozze.
Se avessi tutti questi doni – dice l’Apostolo – e non avessi Cristo, non varrei nulla.
(Agostino, Discorsi 90, 6)

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